Tour d’ Ortles

“Stelvio, Gavia, Tonale, Palade, 250km, 5600mt dsl”.

Brevetto permanente. Una realtà quasi sconosciuta in Italia che in paesi come gli Stati Uniti è una realtà consolidata da anni (solo per citare la zona di Seattle, culla del randonneuring US, ci sono: 21-100km, 7-150km, 58-200km, 10-250km, 9-300km, 2-350km, 4-400km e 7 da più di 450km compresi 2-600 e 1-1200km). E’ la formula pura e spartana delle randonnée, l’ autosufficienza qua è totale, il giorno di partenza lo decidiamo noi, l’ organizzatore ci mette il road-book da seguire e la carta di viaggio da far timbrare nei luoghi di controllo preposti (ed in mancanza del timbro vige la solita regola dello scontrino o della foto come in una normale randonnée). Il Tour dell’ Ortles è uno dei pochi fattibili con questa formula nel nostro paese.

Il primo lunedì libero dopo un’ intensa stagione lavorativa ho deciso di farmi questo regalo e passare una splendida giornata sulle mie montagne, da solo.
Ore 3:00 di notte, suona la sveglia, abbandono il tepore delle coperte e vado in cucina a fare colazione. Ho già tutto pronto dalla sera prima, viste le temperature previste ho deciso di portare con me il kit invernale: manicotti, gambali, maglia m/l, gilet antivento, giacca in Gore-tex, guanti pesanti, sottocasco e copriscarpe, più una bella scorta di cibo perchè tra freddo e altimetria oggi consumerò parecchie calorie.
Poco dopo le 5:00 raggiungo Merano dove presso la sede dell’ Athletic Club trovo Giancarlo ad aspettarmi; è lui l’ organizzatore di questa randonnée che di solito ha luogo in luglio quando le temperature sono più consone alle quote raggiunte. Quando mi consegna i documenti mi dice che sono il primo ad effettuare questo giro sotto forma di brevetto permanente, un onore per me!
In una mezzoretta sono pronto a partire, è ancora buio pesto e le luci sono d’ obbligo. Giancarlo mi scorta gentilmente con il suo furgone fino fuori città per indicarmi la strada da seguire, poi come raggiungiamo l’ intersezione sulla statale per la val Venosta ci salutiamo dandoci appuntamento alla sera.
Il percorso si snoda tutto sulla pista ciclabile fino a Prato allo Stelvio, la stessa strada fatta durante la Verona-Resia-Verona lo scorso luglio e che quindi conosco bene; sono circa una cinquantina di chilometri che, tra sonno e gambe che faticano a carburare, mi costeranno un po’ di più delle due ore previste sulla carta. Giunto in paese decido di fare una sosta per scaldarmi un po’, ho già le mani ghiacciate nonostante i guanti pesanti e la cosa mi preoccupa visto che sono solo a 900mt di quota; entro nello stesso bar del mio primo Stelvio, affrontato due anni fa insieme a Valentina in una soleggiata giornata di agosto. Niente a che vedere con il clima di oggi, una fitta cappa di nuvole avvolge le montagne non lasciando presagire nulla di buono.

Passo dello Stelvio, 2758mt slm, 25.3km x 1808mt di dislivello.
La prima salita in un giro come questo per me è sempre la peggiore. E’ quella dove mi ascolto, dove cerco di capire se ho fatto la scelta giusta ad imbarcarmi in un’ avventura simile, e quasi sempre la risposta che mi arriva è: “no”. L’ approccio è completamente diverso se sono consapevole di dover affrontare una sola salita o, come nel caso di oggi, ben quattro. Cambia la prospettiva, l’ ansia e la paura di non farcela mi travolgono creando uno stato di tensione difficile da governare: gambe dure e cuore che vola a mille, devo restare concentrato sull’ obbiettivo finale o rischio che la testa mi abbandoni.

Le previsioni meteo hanno sbagliato, invece del sole mi ritrovo a salire in mezzo ad una nebbia fittissima, non si vede ad un palmo dal naso e la scalata si rivela difficile, nessun punto di riferimento, solo il lento scorrere dei tornanti numerati che sembra non diminuire mai. A più di 10km dalla cima vado in crisi, è freddo, l’ umidità si insinua nelle ossa e temo di ammalarmi di nuovo: sono costretto a fare delle soste frequenti per riscaldarmi le mani, il morale è a terra ma continuo a salire sperando di sbucare dalle nuvole. Poi una macchina mi sorpassa, bici stile rando sul tetto, dall’ interno un uomo mi incita e si congratula con me, questo piccolo cenno mi dà forza, sto facendo qualcosa fuori dal comune e soprattutto l’ ho voluto io, non posso mollare adesso, devo proseguire.

Sul valico il tempo non è migliorato, 1°C con umidità così forte da bagnarmi la maglia; mi precipito nel primo bar aperto, timbro la carta di viaggio e domando un piatto di pasta ma bisogna aspettare mezz’ ora perchè la cucina apre a mezzogiorno. Troppo tempo, sono già in mega ritardo, esco fuori, mi mangio uno dei miei panini ed inizio la discesa verso Bormio.

La sensazione che provo vedendo che dall’ altro versante c’ è il sole è indescrivibile, mi sembra di rinascere e mi ritrovo a gridare di gioia con le lacrime agli occhi mentre come un bambino mi godo questo dedalo di curve in perfetta solitudine, le poche macchine presenti accostano e mi lasciano sfilare, come a volermi rispettare per aver sfidato il gigante con una giornata così.

Passo Gavia, 2618mt slm, 25.6km x 1404mt di dislivello.
Supero veloce il centro di Bormio seguendo le indicazioni per S. Caterina, ma come esco dal paese ho una brutta sorpresa. C’ è un cartello: passo Gavia chiuso. Ma come? Mi fermo a leggere bene, ordinanza comunale, la strada è sbarrata al km15 per via delle frequenti nevicate.
Ho un attimo di panico, poi ragiono. Di rifare lo Stelvio non se ne parla, rischio, alla peggio mi farò qualche chilometro a piedi nella neve, non sarebbe la prima volta e di certo non mi spaventa.
Ma in tutto questo c’ è un lato positivo, strada chiusa vuol dire zero traffico, e penso che siano poche le persone che hanno avuto questo privilegio su questa montagna, essere soli qui non ha prezzo, devo solo stringere i denti e superare il disagio dovuto dal freddo. Un forte vento proveniente dal passo ha fatto calare di nuovo le temperature, 2/3°C, non di più, e la stanchezza ne accentua la percezione.
Gli ultimi chilometri sono terribili, non conoscevo questo versante ma lo ricorderò a lungo, una serie di rampe con pendenze a doppia cifra finiscono per distruggere del tutto le mie gambe e mi ritrovo di nuovo in crisi a pochi chilometri dal valico. Mi devo fermare, provo a mangiare qualcosa e riparto ad un’ andatura ridicola ma so che una volta arrivato in cima avrò nel sacco la parte più dura della randonnée.
Il Gavia in ottobre è uno dei posti più inospitali che conosca, sul passo tira un vento pazzesco, il rifugio è chiuso e non c’ è anima viva in giro; faccio una foto a convalida del mio passaggio ed inizio subito a scendere prima che il corpo si raffreddi troppo.

17km di puro divertimento, la giusta ricompensa per tutte le energie spese; la strada è chiusa anche dall’ altro versante, l’ asfalto è asciutto, e a parte la prima sezione molto ripida dove bisogna prestare particolare attenzione vista l’ esposizione di alcuni tornanti, posso far correre la bici guadagnando del tempo prezioso.

Passo del Tonale, 1884mt slm, 10.9km x 646mt di dislivello.
Il Tonale passa indolore, le gambe si sono riprese bene e come arrivo a Ponte di Legno inizio subito la salita senza fare pause. La temperatura si è alzata, la strada è esposta al sole e le pendenze non raggiungono mai il 7%, la prima salita di oggi che riesco a godermi senza troppa fatica. In poco meno di un’ ora sono in cima, anche qua deserto, esercizi commerciali chiusi e nessuno in giro, mi fermo nell’ unico bar aperto, timbro e ne approfitto per sedermi al caldo a mangiare un panino. Quando esco fa di nuovo freddo, è pomeriggio inoltrato ed il sole ha già abbandonato il passo, mi vesto con tutto quello che ho e scendo a valle; anche questa si rivela una discesa splendida, non c’ è un tornante, solo semicurve una in fila all’ altra da prendere ai 50km/h, velocissima, giusto il tempo di buttare uno sguardo alla Presanella imbiancata di neve.

A Dimaro prendo la pista ciclabile per una quindicina di chilometri fino a Ponte Mostizzolo dove la strada riprende a salire: seguo per Fondo, altri 15km con 400mt di dislivello, e sulle prime rampe cala la sera e sono costretto ad accendere le luci, un po’ prima rispetto alla tabella di marcia che mi ero prefissato. La salita è facile e discontinua ma ormai sono stanco, speravo di concludere prima e il buio non aiuta; faccio qualche pausa, mangio qualcosa, chiamo la Vale per avere un po’ di conforto e pian piano mi avvicino.

Passo Palade, 1518mt slm, 13km x 530mt di dislivello.

Inizia finalmente l’ ultima salita, già fatta da entrambi i versanti in passato, ma di certo mai con 5000mt di dislivello nelle gambe, e li sento tutti! L’ unica distrazione è data da un meraviglioso cielo stellato, per il resto un gran dolore alle gambe e quel senso di spossatezza generale che ormai conosco bene. Sbaglio pure il conto alla rovescia dei chilometri, così quando sono convinto che ne manchino tre alla vetta, un cartello traditore dice -7, un colpo al morale difficile da digerire.
Poi come un miraggio il valico appare dopo una curva a destra, è tutto buio ma conosco bene quel rettilineo e lo aspettavo con ansia; alzo le braccia e mi metto a gridare, è fatta, è finita.

La discesa è tremenda, con una temperatura di 3°C e tutta la stanchezza in corpo patisco un gran freddo, ma ormai il pensiero è all’ obbiettivo raggiunto, tra meno di un’ ora sarò seduto in pizzeria a godermi una buona cena in compagnia di Giancarlo con la mia maglietta conquistata a caro prezzo stretta tra le mani.

Proprio a Giancarlo Concin devo un ringraziamento speciale per tutta la sua disponibilità e gentilezza (mi ha telefonato più volte nel corso della giornata per sincerarsi che andasse tutto bene), a dimostrazione che esistono ancora persone con la passione vera.

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10 thoughts on “Tour d’ Ortles

  1. Pensavo che i SUPEREROI fossero solo nei FUMETTI…e invece no, sono anche in mezzo a noi!Complimenti, non so dove hai trovato tutte quelle forze e quella determinazione, ma sei stato veramente in gamba!Un saluto Giuliano

  2. Non che ce ne fosse bisogno, ma hai dimostrato ancora una volta di che pasta sei fatto!Bravo per l'avventura e per la forza di determinazione. Il racconto, come al solito, è godibilissimo … Grande Fabio :)Pino

  3. Complimenti Fabio…sei stato un grande, specialmente considerando il tempo gelido che hai trovato. Io il giorno dopo il tuo ho fatto il brevetto dello Stelvio, ma ho trovato una giornata stupenda, tanto che si poteva stare con le maniche corte sulla Cima Coppi.Come sempre bravo il nostro Capo Giancarlo!!!Cordiali SalutiMario Bazzanella (Athletic Club Merano)

  4. F-I-G-A-T-A-!!! :-DUn brevetto permanente per scalatori "alla Francese", con l'organizzatore che si alza dal letto solo per te… e ti accoglie alla fine, è meraviglioso. Io ho fatto qualcosa del genere in Valle d'Aosta nel 2004, ci sono ancora i racconti sul mio blog. :-)Complimentoni, e… chissà, potrebbe essere un buon pretesto per venire da quelle parti l'anno prossimo! ;-)SILVIA (MICRONAUTA)

  5. Bravissimo.Conosco bene le salite da te affrontate e non oso pensare come hai fatto con il freddo.Bellissima la frase sull'inospitabilità del Gavia:riassume la sensazione di solitudine dei passi alpini in inverno.Solo con la testa si riescono a compiere certe imprese e tu sicuramente ne hai tanta.Tanta fatica ma ricordi che nessuno ti potrà strappare.Bravo.Ciao Mariolini Rudi alias Raka sul bdc forum

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