La 1001 Miglia vista da un Americano

“Lezioni d’ italiano osservando l’ Italia 300km al giorno…”

Un interessante punto di vista sulla 1001 Miglia Italia, ma soprattutto su come siamo visti all’ estero dai nostri compagni di pedale. La traduzione è mia, niente di serio, ho cercato di lasciare tutto com’ era stato scritto da Greg. Il mio inglese è lontano dall’ essere perfetto, perciò se qualcuno fosse interessato alla versione originale del racconto la trovate qua. Buona lettura.

Di Greg Conderacci, 26-11-2010.

Se la Parigi-Brest-Parigi è troppo facile, troppo francese, e troppo affollata per voi, c’ è sempre la 1001 Miglia Italia, 1600km intorno all’ Italia con un dislivello pari a due salite e discese dall’ Everest. Volete un paesaggio mozzafiato? Ce n’ è uno ad ogni curva. Pittoreschi villaggi di montagna con castelli centenari più vecchi degli Stati Uniti. Antiche campagne cosparse di vitigni, olivi e girasoli. Incredibili villaggi incastonati a picco su di un Mediterraneo blu come il cielo.Volete Powerbars e Gatorade ai controlli? Ah! Cosa ne pensate di montagne di pasta fresca, prosciutto e melone, crostini di pane con olio extra-vergine di oliva più vino e birra? O ancora, cosa ne pensate di un bel piatto di insalata di riso? Li avrete entrambi. Volete un road-book in stile americano con strade ben segnate con tanto di nomi e numeri avendo la chiara sensazione di dove vi trovate? Mi dispiace: dovrete prendere in prestito dalla libreria un corso d’ italiano e imparare un po’ della loro lingua per trovare la via giusta in questo meraviglioso dedalo di strade.

La chiave di lettura nascosta in questa 1001 Miglia Italia è che si tratta di qualcosa di più di un semplice grande brevetto. Per gli Italiani è la prova finale: la più lunga randonnée in Europa. Per un Americano è invece un duro esercizio di “navigazione” lungo 1600km. Come vedrete, ci sono pochi cartelli in Italia per orientarsi sulle strade secondarie, nè tantomeno nomi delle vie. Il paesaggio è bellissimo, ma è difficile trovare punti di riferimento, specialmente di notte. Anche se mi sono perso del tutto una volta sola, ho spesso creduto di esserlo. La sensazione era quella di procedere con i freni tirati. Mi sono dovuto muovere più lentamente e con molta più attenzione, sottraendo preziose energie che sarebbero potute finire alla bicicletta.

Il primo impatto sulla confusione dovuta alla direzione da prendere è stato chiaro già dalla partenza alle 21:00. 300 ciclisti al via, scaglionati in gruppi di 30 con partenze ogni 10 minuti. Un gruppetto di americani ed io facevamo parte del secondo scaglione. Gli Italiani del nostro gruppo partono subito veloci a 40km/h come se la gara fosse di 40km e non 40 volte più lunga. Li lasciamo andare, ma presto, come le loro luci spariscono nell’ oscurità, iniziamo a preoccuparci: “Questa sarà ancora la strada giusta?” Rallentiamo l’ andatura proseguendo a tentoni nella notte. Alla successiva rotatoria il gruppo partito dopo di noi ci raggiunge, ma subito si divide in due, ognuno in una direzione diversa. Adesso siamo davvero confusi: un punto morto. Non siamo partiti da neanche mezz’ ora e già ci ritroviamo alle prese con un bel rompicapo.

Ci ritroviamo spesso a pedalare su antiche carrozzabili calcate un tempo dalle legioni Romane. In questi villaggi le vie possono andare in ogni direzione, senza nessuna strada principale da seguire. Questa immediata moltiplicazione di scelte rende lenti i nostri progressi, specialmente nei paesi di montagna. La ragione è chiara: rischio. Una curva sbagliata con una seguente discesa di 20 minuti, fanno in fretta a trasformarsi in un’ ora extra di salita per tornare sui propri passi. Per pensare a come sono le salite italiane poi, mettete insieme le pendenze più cattive tipiche delle zone collinari della parte est degli Stati Uniti, con le lunghe salite di montagna della parte ovest. In altre parole aspettatevi sempre altra salita dopo ogni curva. Alle volte impiegavamo anche 6 ore per percorrere 70km. Tutto quello che sale prima o poi scende, e le discese italiane sono, beh, interessanti. Per la maggior parte la carreggiata è più stretta rispetto a come siamo abituati in America, avvolgendosi curva dopo curva sul fianco delle montagne spesso senza guard-rail. Se si finisce fuori strada e si è da soli, specialmente di notte, non ci sarà modo di essere ritrovati. La propria carreggiata libera prima di una curva poi, non significa sempre che lo sia anche dopo; ad esempio potrebbe capitarvi che un autobus, per evitare una buca, finisca nella vostra corsia sfiorandovi pericolosamente.

Procedere senza fare pause sonno è una grave tentazione. Come ho scoperto presto, quando gli Italiani dicono “dormitorio” non vuol dire che riposerete in un dormitorio. Contavo di dormire ai controlli, ma le sistemazioni erano spesso spartane (tende senza nè riscaldamento nè aria condizionata, soffocanti palestre e pavimenti di spogliatoi). Solo in un controllo abbiamo trovato letti comodi con lenzuola pulite, ma niente docce. All’ inizio ho provato a non fermarmi per dormire, facendo solo dei microsonni. Al quarto giorno in 90 ore avevo percorso 1280km con 10 ore di sonno. Iniziavo a sentirmi frastornato, avevo difficoltà a ricordare anche le cose più semplici. Sfinito. E quando mi sento così mi prende il panico. Continuavo a fermarmi per chiedere indicazioni e quasi non riuscivo più nemmeno ad agganciare le scarpette ai pedali. Dovevo trovare un albergo e fermarmi a dormire, cosa non troppo semplice lungo queste strade rurali. Ho passato alcuni B&B ma erano chiusi, poi finalmente ne ho trovato uno aperto e ho dormito per sei ore, passando così in coda al gruppo dei concorrenti, ma non mi interessava.

E’ difficile per noi abituati ai nostri brevetti da 1200km negli Stati Uniti dove gli organizzatori alle volte prenotano in anticipo le camere degli alberghi per i concorrenti. Gli Italiani invece provvedono solo al bag drop (due), il che significa portarsi appresso almeno un cambio di vestiti se, come me, avete la necessità di cambiarvi una volta al giorno, anche se ammetto che non è stato abbastanza.

Nonostante la maggior parte delle città italiane hanno fontane pubbliche dove poter riempire le borracce, queste città possono essere molto distanti fra loro, specialmente in montagna quando per fare pochi chilometri si possono impiegare molte ore. Negli Stati Uniti c’ è sempre un negozio dietro l’ angolo aperto 7 giorni su 7, 24 ore su 24, non è così in Italia. I ristoranti restano aperti fino a tardi, ma non c’ è niente per rifornirsi di viveri dalle 22:00 alle 08:00. Se pedali di notte, come è capitato a me per tre volte, sarà meglio provvedere a fare scorte di cibo e acqua.

Anche se ho pedalato per centinaia di chilometri al fianco degli Italiani, non sono riuscito a comunicare molto con loro, in quanto prendono molto più sul serio questa “corsa” rispetto a noi stranieri, per loro rappresenta una gara: il gruppo di testa ha concluso il giro in 3 giorni, incredibile. Ovviamente erano molto supportati: ho pedalato con un Italiano la cui madre lo attendeva ai controlli, e mentre lui riposava la notte nel camper, lei gli lavava i panni sporchi. La maggior parte di loro viaggiava con bici “scariche”, solo due borracce e circa 4/5kg in meno di attrezzatura rispetto a quella che avevo con me.

E’ un bel vantaggio conoscere il paese che si attraversa, quando siamo a casa nostra sappiamo cosa ci aspetta, ad esempio sapere per tempo in che città si può trovare un hotel, dove ci sono delle fontane, in quale discesa si possono mollare di più i freni e quale prendere con più attenzione (gli Italiani le affrontavano TUTTE molto veloci), come saranno i prossimi 100km, quanto traffico si troverà, gli orari di apertura dei negozi lungo la strada, se ci si potrà davvero riposare ai controlli adibiti per questo, ecc. Gli organizzatori hanno fatto un buon lavoro per descrivere le tappe, ma un conto è leggere, un altro esserci. Hanno anche spesso chiuso un occhio sui vari errori commessi rispetto al percorso ufficiale, anche se devo dire che non ho visto nessuno che abbia mai “tagliato”, molti invece hanno fatto più chilometri del dovuto. L’ obbiettivo principale era sempre raggiungere il controllo successivo, e alle volte l’ orario di chiusura è stato spostato di poco per aiutare chi si era perso. Uno solo il controllo segreto.

I primi due concorrenti americani a giungere al traguardo sono state due donne: Suzie Regaul, una californiana che lavora presso un’ agenzia di ciclo-viaggi in Italia, e la veterana dell’ Iditabike Catherine Shenk. Ho pedalato molti chilometri con loro ed erano incredibilmente forti. Dopo le ragazze è arrivato Dave Thompson, un canadese che vive negli Sati Uniti e gira con noi, poi Robert Brudvick, io, Rick Blacker, Mark Roberts, Hamid Akbarian e Veronica Tunucci.

Avevo già pedalato in Italia con dei tour guidati, e dopo la 1001 Miglia ho fatto anche un giro di qualche centinaio di km lungo la riviera Adriatica, il mio posto preferito, sfruttando i “Bike Hotels”. Il panorama è accecante, il cibo magnifico, e gli Italiani sono accoglienti e calorosi. So già che tornerò, ma non per fare la 1001 Miglia. E’ maledettamente dura!

Nonostante il suo sapore estremo, la 1001 Miglia resta un’ esperienza fantastica, specialmente per chi, come me, ha nel suo DNA la passione per le salite. Siamo anche passati dal paese dove mio nonno è cresciuto, e questo accadeva più di cent’ anni fa. Più passavano i chilometri e più mi sono sentito italiano (uno scalatore migliore, un discesista migliore, ma soprattutto molto più rilassato). Questa è stata la mia vera lezione d’ italiano.

Greg all’ arrivo

8 pensieri su “La 1001 Miglia vista da un Americano

  1. Franz

    Ciao Fabio!
    Troppo lungo per leggerlo tutto adesso prima delle 7 ma grazie per aver offerto questo racconto che dai primi capoversi risulta giá fresco e interessante (per un aspirante rando come me ci si trovano anche indicazioni molto importanti).
    Buona giornata

    Rispondi
  2. Baracca

    Greg ha ragione per quanto riguarda gli orari di chiusura dei negozi e ristoranti, in America trovi aperto qualcosa a tutte le ore anche se da un paese all’altro ci sono km e km di distanza mentre da noi i centri abitati sono molto più vicini, ma per un rando-man non dovrebbe essere un problema ! Certo che il ns. territorio è molto più “nervoso” rispetto alle loro sconfinate praterie e ai vasti altipiani e le strade sono sicuramente molto ma molto più strette e incivilmente trafficate; la difficoltà nell’orientarsi non doveva essere un grosso problema visto che, mi pare, il percorso era totalmente frecciato a terra e vista la ormai dilagante moda di avere un Gps a bordo della bici (io lo vieterei, altrimenti che rando sei?) e poi perdersi fa parte del gioco come ha già detto qualcuno !
    Mi dispiace che Greg si sia fatto un’opinione corsaiola dei rando-italiani ma forse non poteva essere altrimenti: bici ipertecnologiche, abbigliamento tecnomodaiolo e sempre a testa bassa contro il cronometro…peccato.
    Comunque ha detto che tornerà in Italia e questo è positivo, ma per forza! dove lo trova un paese che in pochi km ti offre borghi secolari, colline stupende, mare, laghi, fiumi e torrenti, arte e cultura da tutte le parti e la cucina di ogni regione ne vogliamo parlare ??
    A presto Greg.
    Alfredo

    Rispondi
    1. fabiozen Autore articolo

      Ciao Alfredo,
      quando ho letto il racconto mi sono detto: “Ma quanto ha ragione?”. Nel nostro paese abbiamo il culto della competizione, e non è un male, ma è così radicata in noi che proprio non riusciamo a vedere le cose sotto un altro punto di vista (non tutti, ovvio che qualcuno c’ è, ma sono una minoranza). Sarei proprio curioso di fare una randonnée negli States per vedere se davvero il movimento è così diverso dal nostro come sembra. Un bel sogno, prima o poi…

      Rispondi
  3. Baracca

    Non c’è bisogno di andare negli States, basta partecipare alla PBP, cosa che ti auguro di fare con tutto il cuore, per vedere la differenza fra noi italiani e gli altri. Un flash?: sulla strada del ritorno a Parigi ultima notte, dopo 4 giorni di pioggia, entro stravolto e fradicio in un bar per rifocillarmi e mentre mangio mi guardo intorno e noto un’aria completamente rilassata, ciclisti di una certa età con le barbe lunghe di giorni che chiaccherano tranquillamente come se fossero sul divano di casa e fuori ci fosse un caldo sole primaverile, uno che addirittura si fumava un bel sigaro e nessuno preoccupato del diluvio che c’era fuori e dei km e delle ore che l’attendevano per arrivare alla meta!
    Questa è l’immagine che ho dei veri randonneurs e mi piacerebbe che tutti fossero così ma è un’utopia ma mi piace sognare.
    Alfredo

    Rispondi

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...