La mia seconda Parigi-Brest-Parigi

Per chi non lo sapesse è possibile scegliere tre diverse partenze alla Parigi-Brest-Parigi: 80, 84 e 90 ore. La classica è quella delle 90 ore (la mia nel 2011), quella scelta dalla maggior parte dei randonneurs. Si prende il via la domenica sera tra le 17 e le 20 e questo permette alla maggior parte dei concorrenti di portarsi avanti sulla tabella di marcia pedalando la prima notte filata. Le vedette delle 80 ore partono prima di tutti, alle 16. Questo fa si che i ciclisti che vogliono fare il tempo hanno la strada spianata, e almeno fino a Brest non incontrano nessuno. Solitamente gli appartenenti a questo gruppo chiudono la prova in 50/60 ore. Poi ci sono quelli delle 84 ore, con partenza il lunedì mattina alle 05:00. Sei ore in meno sul tempo massimo ma una notte in meno in sella. Quest’ anno ho voluto rischiare e ho preso il via con il numero Y122 (88h il mio tempo finale nel 2011). Tanto per rendervi conto dei partecipanti ai vari gruppi, i ciclisti erano divisi tot. numero uguale in base alle lettere dell’ alfabeto (una specie di griglia da granfondo):

  • A, B, C le 80 ore;
  • X, Y, Z le 84 ore;
  • D, E, F, G, H, I, J, K, L, M, N, O, P, Q, R, S, T, U, V le 90 ore!

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Sicuramente è stata un’ esperienza molto più intima di quella del 2011. Una PBP completamente diversa, ma non peggiore della “classica”. A mente fredda mi sento di dire che l’ ho preferita (appena arrivato pensavo il contrario). Check-in e ritiro documenti praticamente deserto, così come tutti i controlli; mai una coda per mangiare e/o dormire. Ovviamente bisogna essere preparati a pedalare per lunghe tratte (se non tutta la rando) da soli a patto di non essere tra i “veloci” che in pratica fanno i primi 600km senza fermarsi raggiungendo il gruppo delle 90 ore già il secondo giorno.

Per me è stata un’ edizione fortunata, senza grossi intoppi o crisi mistiche. Frutto forse dell’ esperienza accumulata negli ultimi anni che mi ha consentito di gestire al meglio il tempo a disposizione. Mi ero preparato una tabella di marcia da seguire che mi ha aiutato molto a gestire “la gara” e che sono riuscito grosso modo a rispettare con alcune piccole limate solo alle ore da dedicare al sonno (dove ero stato parecchio generoso). La pioggia l’ ultimo giorno ha rischiato di rovinarmi un po’ la festa, ma per fortuna il meteo è migliorato prima di arrivare a Parigi.

Il primo giorno passa praticamente indolore. La partenza delle 05:15 mi costringe ad una bella levataccia dato che devo percorrere i 10km albergo-partenza in bici. Alle 04:00 sono già in strada, comunque fresco di lunga dormita. La differenza con le 90 ore si palpa subito, in giro non c’ è nessuno, attraversiamo una Saint Quentin en Yvelines ancora addormentata.

Per fortuna le sensazioni di gamba sono buone, ne approfitterò per “portarmi avanti” sulla tabella di marcia: niente di glorioso, o particolarmente eroico oggi, la testa è proiettata alla distanza da compiere, andrò al risparmio sfruttando il più possibile i piccoli gruppetti. Wheelsucking a nastro, in particolare ai danesi, davvero forti (tra l’ altro mi riaffiora alla mente un ricordo della LEL quando proprio tre di loro mi aiutarono ad arrivare alla fine della prima già difficile giornata), e a una coppia di inglesi su bici montate Tiagra con bel borsone Carradice che spingevano anche loro non male. Più visti, a dimostrazione della mia teoria sul peso della bici.

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Sulla strada verso il primo controllo cerco il punto dove nel 2011 mi ero fermato a dormire ma non lo trovo, di giorno i paesaggi hanno tutto un altro aspetto. Ovviamente per confermare il fatto che se lasci i parafanghi a casa pioverà tra Mortagne e Villaines prendo il primo temporale, nulla di che ma quanto basta a bagnarmi i piedi. Arrivo a Villaines la Juhel in 8h:35, ottimo tempo per 220km, sono ampiamente sopra la tabella. Mi concedo una pausa un pelo più lunga (avevo preventivato soste alternate di 15′ e 30′ ai controlli del giorno 1, poi le successive sempre di 30′) e riparto dopo un meritato pranzo. Nota positiva delle 84h è l’ assenza di code ai controlli, in più il fatto di conoscerli già mi ha aiutato a non sprecare tempo. 10′ minuti persi ad ogni controllo moltiplicato per 18 controlli può fare la differenza tra terminare la prova entro il tempo limite o no.

Il resto della giornata scorre regolare, ai controlli riesco sempre a mangiare di gusto e in modo vario, tranne a quello scelto per il riposo notturno. Li strategicamente decido di non sacrificare nemmeno un minuto al sonno, quindi no cena, no doccia (ahimè!) ma diretto al dormitorio. Potrebbe sembrare un errore saltare un pasto, ma ho scelto di darmi dei ritmi “normali” e a questa PBP ha funzionato. Poi la mattina presto sosta obbligata alla prima boulangerie aperta.

Il giorno 1 finisce a Quedillac, non un controllo vero e proprio, ma un ravitaillement. 389km è una buona distanza, posso ritenermi soddisfatto e mi concedo 4 ore di sonno in un bel dormitorio semi deserto, meglio di un 4 stelle, e poi costa solo 3€!

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La ripartenza non è mai facile. Soprattutto sapendo che mi aspetta una delle giornate più dure di tutta la randonnée. Oggi c’ è il giro di boa a Brest ma le colline bretoni non si lasceranno conquistare tanto facilmente.

Fa un freddo cane, 8° circa. Per fortuna che mi sono portato anche la maglia pesante! All’ interno di una panetteria (caffè e due croissant) incontro i primi ciclisti delle 90 ore, sono già fuori tempo massimo. Scambio due battute con una ragazza infreddolita che si ferma qua, poi mi giro e mi accorgo di un altro che si sta schiacciando un sonnellino nell’ angolo dietro la porta.

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Riparto insieme ad un tedesco in calzoncini corti, una bestia da 100kg che in pianura mena come Cancellara pur di scaldarsi. Lo lascio andare e mi godo un’ alba meravigliosa circondato dalla nebbia mattutina.

Più mi avvicino all’ Oceano e più randagi incontro, ma nel verso opposto al mio. Io seguo ancora le frecce per Brest, loro per Paris.

Sul Roc Trevezel mi fermo per la foto di rito in cima al colle (che un colle non è; da buon centocollista per un attimo mi è balenato per la testa di andare a farmi il Col de Tredudon li vicino ma ho subito cambiato idea quando ho visto che mancavano ancora più di 50km a Brest!). Tutto un’ altro clima rispetto al 2011, c’ è vento ma in compenso si ha una bella vista tutt’ intorno. Sulla lunga discesa incontro la maggior parte del gruppo delle 90 ore in senso inverso al mio, compreso Alex, mio compagno di squadra che corre con la fissa. Un po’ di problemi vari per lui ma ha la pellaccia dura e arriverà comunque al traguardo. Una volta passati tutti la strada torna semi-deserta, solo qualche sporadico incontro. Ma tanto per ribadire che il mondo rando è piccolo prima di Brest mi ritrovo con Justin Jones, ciclista di spicco del panorama Fixed (tra le altre cose una 1001 miglia in fissa) conosciuto durante l’ ultima tappa della PBP nel 2011. Condividiamo questi chilometri fino all’ Oceano e la sua caotica e poco attraente Brest che sembra non arrivare mai. Ci ri-incontreremo ancora fino a Parigi ma solo ai controlli e per una birra finale.

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Soliti 30′ di pausa e sono in strada, il Roc mi aspetta di nuovo. Come nel 2011 questo versante passa indolore, rimonto parecchi ciclisti prima di scollinare. Mi stupisco di quanta gente è ancora sulle strade per incoraggiarci; passo vicino a un uomo qui apposta per noi, applaude e mi dice il solito “Bon courage!”. Rifletto sulla passione del ciclismo, mia e di queste persone, e mi rendo conto che sto facendo qualcosa di grande nel mio piccolo mondo. Quasi mi commuovo, sarà la stanchezza?

Quando arrivo a Charaix (controllo numero 10 della mia tabella, km 698) sono le 22:00 passate: i viveri al self-service sono praticamente terminati, mi viene comunque offerta un’ ottima zuppa bollente di legumi che è quanto mi basta per andare avanti, di più comunque a quest’ ora non avrei preso. I piani erano di dormire a Loudéac, ma vista l’ ora decido di fermarmi al ravitaillement di St. Nicolas du Pelem, 46km prima. 3 ore di sonno intenso, peccato per la mancanza di coperte, ovviata su richiesta con fornitura doppia di lenzuolo. L’ ambiente era comunque caldo abbastanza. Prima di partire solito rito, bagno, pulizia, crema e vestizione, e alle 05:00 sono pronto per un’ altra giornata in sella. Piccola nota positiva, i risvegli notturni di questa PBP sono meno traumatici rispetto a quelli vissuti precedentemente su distanze di questo genere.

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La terza giornata viaggio praticamente da solo tutto il tempo, solo ai controlli incontro altri ciclisti: i segni della fatica e della privazione di sonno diventano una costante tra le facce incrociate. Io mi sento e mi vedo bene, e il fatto mi tira su il morale. E’ bello ritrovare nei luoghi attraversati i ricordi del 2011; un caffè preso in un determinato bar, una sosta fatta a bordo strada, un piccolo negozio, e vedere che poco o niente è cambiato. Una buona baguette presa in un determinato posto è una cosa che si scorda difficilmente. Tanto per ritornare in tema stanchezza, ad un certo punto in un paesino di campagna scorgo appoggiata ad un muro una bellissima Mercian da donna. Anche se sono restio a soste di questo tipo (time is miles) decido di farle una foto, ed in meno di un secondo mi trovo infilato in una situazione tanto surreale quanto tipica da PBP. Il proprietario della bici (e già rimango stupito, mi aspettavo una donna!), un gigante scandinavo che sembra uscito da un film di George Romero e che non parla una parola ne di inglese, ne di francese, se ne sta immobile all’ interno del giardino di una povera nonna spaventata a morte per la presenza dell’ intruso, con la vicina di casa che tenta in tutti i modi di spiegargli di uscire e che non può fare il suo pisolino nel verde prato da lui scelto (e per questo gli offre il divano di casa sua, bontà francese per i ciclisti della PBP ma pazza scatenata aggiungo io!). A questo punto provo a fare da intermediario con scarsi risultati, sono pur stanco anch’ io d’ altronde, e così alla fine mollo tutti nel loro brodo e me ne vado. Senza neanche la foto.

Prima che me ne accorga è sera di nuovo, e questo significa una sola cosa: ultima notte!

Poco prima delle 22:00 sono di nuovo a Villaines; avrei voluto dormire a Mortagne, 80km più avanti, ma partire adesso così stanco non mi alletta proprio. Penso non sarebbe neanche sicuro vista la stanchezza, una sosta sonno qui mi darà le forze per completare la prova. In dieci minuti sono a letto, tempo di chiudere gli occhi e mi addormento.

C’ è un momento nelle randonnée dove il divertimento passa in secondo piano e bisogna stringere i denti, il fattore mentale diventa predominante. Un punto in cui bisogna superare i propri limiti, andare oltre la propria zona di comfort conosciuta e prendersi qualche rischio, fa parte del gioco. L’ ultima notte in una prova di 1200km è spesso uno di questi momenti.

01:30, suona la sveglia. Inizia una lunga giornata. Ormai il gruppo è andato, il villaggio ha un che di desolante senza nessuno a fare il tifo a bordo strada. Mi allontano dalla sicurezza del centro cittadino infilandomi in quel tunnel buio, freddo e umido che è questa notte della Loira.

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“Courage cyclistes, Paris est à l’ horizon”. Mi viene in mente solo questa frase letta su uno striscione da qualche parte quando passo in fianco ad una pietra miliare illuminata: 177km ed è fatta, coraggio ciclisti, Parigi è all’ orizzonte. Poco dopo mi imbatto in uno pseudo controllo abusivo dove mi ero già fermato nel 2011, un piccolo supermarket aperto tutta notte. Bevo una tazza di caffè bollente e mangio qualche biscotto al cioccolato in compagnia di un giapponese (che si addormenta di fronte a me dopo aver ingurgitato una mega fetta di cocomero) e di una coppia di inglesi su un trike.

Durante queste lunghe, eterne notti, basta una piccola luce in lontananza di un altro ciclista a darti sicurezza; così, quando tra una collina e l’ altra mi accorgo che chi mi stava seguendo non si vede più, vado per la prima volta nel panico. Avrò sbagliato strada? Sarebbe tremendo, non ho nessuna voglia a questo punto di farmi chilometri extra. Tiro fuori il roadbook per la prima volta da quando sono partito e il gps del telefono mi conferma che sono sulla retta via. Poco dopo una freccia catarifrangente del percorso si illumina al mio passaggio togliendo ogni dubbio.

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Con l’ ultima alba di questo lungo viaggio arrivano le crisi di sonno, quelle vere, a chi non è riuscito a dormire abbastanza pur di spingersi fino a qua nel tempo limite. Siamo sul filo del rasoio per chi ha scelto le 90 ore e lungo la strada inizia a ripetersi lo scenario già vissuto 4 anni fa: la Parigi-Brest-Parigi adesso chiede il conto a chi non si è preparato a dovere, o ha gestito male la corsa, e lo chiede sotto forma di riposo. Il corpo non riesce più a stare al passo della mente e per correre al riparo i ciclisti sono costretti a fermarsi ovunque, anche nei posti meno consoni, come il ciglio della strada (ricordo che le randonnée si svolgono su strade aperte al traffico). Una macchina dell’ organizzazione fa la spola avanti e indietro per accertarsi della salute di queste lanterne rouge ed eventualmente decidere per loro il da farsi: il ritiro in questo caso non è un opzione. La situazione non è bella a vedersi, un lato poco piacevole della PBP. Ah già, mi sono scordato di dire che nel frattempo si è messo a piovere, e non poco. Quella pioggia che dopo pochi minuti ti ritrovi zuppo dalla testa ai piedi. Ma come disse una volta un amico, arrivato a questo punto dovrebbero spezzarmi entrambe le gambe per non farmi arrivare alla fine, quindi si continua.

Dreux, ultimo avamposto prima di potere mettere la parola fine a quest’ avventura. Faccio partire il cronometro per l’ ultima volta, mezz’ ora di pausa e poi via per il rush finale, non prima di una breve tappa al self-service. Un piatto di lasagne e una coca dovrebbero bastare a fornirmi le energie necessarie a coprire questi ultimi 60km.

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Esce il sole, è previsto un arrivo trionfale. I lunghi rettilinei nelle campagne dell’ ultima tappa me li ricordavo bene, ma oggi la gamba è diversa, tutta un’ altra storia. 50 fisso e giù a menare, senza accorgermene cavo di ruota il piccolo gruppo che si era formato. Ultimo ostacolo, quella stramaledetta collina con pendenze a doppia cifra nella foresta di Rambouillet che fa davvero male. In cima giusto il tempo di approfittare di una gentile persona che ha portato del plumcake fatto in casa e proseguo. Ormai è iniziato il conto alla rovescia; gli ultimi chilometri sono diversi, mi ricordavo una fila infinita di semafori per girare intorno a Saint Quentin en Yvelines, invece stavolta prendiamo una bella pista ciclabile. Un po’ meno spettacolare (meno persone ad applaudire) ma decisamente meno rognosa del traffico cittadino. Poi dietro una curva ecco la folla, gente ovunque che mi incita, il velodromo è in vista, passo sull’ ultimo tappetino magnetico per il rilevamento del tempo e vado a parcheggiare la bici. Ce l’ ho fatta anche questa volta! Mi faccio scattare una foto e poi vado a timbrare il cartellino, e parte il giro di telefonate.

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9 thoughts on “La mia seconda Parigi-Brest-Parigi

  1. Bella prova condotta con molta maturita’ frutto anche della pratica accumulata negli anni. Ritengo anche che sia stata un’esperienza abbastanza mistica perche’, da come traspare dal tuo racconto, hai viaggiato per lunghi tratti da solo e cio’ puo’ essere un aspetto che ha i suoi lati positivi ma anche negativi. In ogni caso…. BRAVO’ !

  2. Come sempre bel racconto. e nel leggere ho rivissuto la mia PBP. una curiosità a che ora sei partita da Paris? io subito dopo l’arrivo alle 06:00 e alle ore 16: già ero a casa. Spero di venire per il solstizio d’inverno.

  3. Complimenti Fabio!
    ricordo ancora quando nel 2011 ti seguivo con il tracking…
    essere quest’anno sulle strade con te è stata un’emozione super!
    Pazzesco come partire qualche ora dopo vedi una PBP completamente diversa!
    Tu le hai vissute entrambe… ora siamo curiosi di vedere cosa sceglierai nel 2019!

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